• 18 Aprile 2017
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In morte di Mimmo Trivelli.

Tutta la vita mi sembra nient’altro che un sogno leggero.

(Francesco Petrarca, Epistole)

È morto Emilio “Mimmo” Trivelli e sono combattuto, come forse mai in passato, tra il piangere e il raccontare ma garantisco che per non tradire la sua memoria saprò battere i polpastrelli sulla tastiera senza alcun groppo in gola. Glielo devo, ho infatti l’onestà un po’ sfacciata di ammettere che messo di fronte al "Dobbiamo andarlo a trovare", detto da amici comuni, ho risposto sempre con un ringhio. Siamo stati secoli senza vederci, io a Milano e lui in giro per il mondo, e quando voleva il caso che ci incontrassimo, dopo un abbraccio cameratesco e uno sguardo divertito sulle reciproche crescenti rotondità, avvertivamo l'imbarazzo che hanno gli amici d’infanzia, amici che la vita ha ormai diviso ma che non tradirebbero mai il loro reciproco affetto con vuote frasi di circostanza. Ora che Mimmo è scomparso mi sento obbligato a raccontarlo, sperando di riuscirci senza trascendere nella retorica. Ironico e pieno di diavoli com’era, Mimmo sarebbe il primo a a ridere di qualsiasi ritrattino agiografico a lui riferito. 

L’immagine più forte, che di lui in questo momento mi torna alla mente, è vecchia, un po’ scontornata e non riguarda la pallacanestro. Siamo alla Civitella, entrambi quattordicenni, impegnati in un torneo scolastico. Piove, i piedi affondano nel fango fino alle caviglie, siamo compagni di squadra, io gioco mediano e lui di punta. Soccombiamo pesantemente contro ragazzi più grandi che ci sovrastano sul piano fisico, io sono il capitano e mi danno l’anima, invano, per contrastare e limitare i danni. Arrivano da tutte le parti e il passivo si fa presto pesante, l’orgoglio però ci impone di non mollare. Ci prendono in giro e schiumo di rabbia ma finalmente un pallone lungo riesce ad innescare “Beckét”, così era soprannominato Mimmo, in virtù di una somiglianza nel viso e nella postura di gioco con il grande Franz Beckenbauer. Beckét aggancia la palla, partendo da posizione defilata, danza nell’acquitrino paludoso della Civitella, elude due avversari, aggira il portiere e da posizione angolatissima mette in porta. “Grande Beckèt”, vaffanculo a questi stronzi di giganti, questa è classe, l’onore è salvo. A fine partita, per te c’è solo il tempo di fare la doccia e di scappare via: “Guagliò vi saluto, Massimo vado alla Villa ad allenarmi a pallacanestro … perché non vieni anche tu ?”. Non faccio in tempo a rispondergli: “Non scherzare, sono morto …” che Mimmo è già volato via. Ci guardiamo in faccia, io e i miei  esisti compagni, qualcuno sorride ed esclama: “Quesse è Beckèt … troppa classe, troppo forte”. Proprio così, troppa classe, troppo forte e con una voglia di vivere moltiplicata per tre rispetto agli altri. 

Bruciavi le tappe, infatti, correvi a spron battuto e arrivavi sempre con facilità disarmante prima di tutti. Di lì a un paio d’anni, appena sedicenne avresti iniziato la tua carriera di allenatore di pallacanestro, vincendo nel 1973 il titolo regionale Ragazzi con la Teaterno Chieti. Passato l'anno successivo nella Rodrigo, in cinque stagioni come capo allenatore delle categorie giovanili, avresti poi fatto incetta di titoli, tirando su l’ultima grande generazione di talenti del basket teatino e diventando così assistente di Nino Marzoli in serie B e in A2. Nel 1979 sarebbe poi arrivata la prima chiamata come capo allenatore di Roseto in serie B, e poi un lungo girovagare per l’Italia: Firenze (1980-81), di nuovo a Chieti  con poca fortuna (1981-82), Trapani (1982-84, vittoria del campionato di C1), Ragusa (1984-85) e Porto Sant'Elpidio (1985-87, vittoria del campionato di C1). Poi il ritorno a Chieti nel biennio 1987-89 come direttore tecnico della Mokambo Chieti in B2. Qualcuno al tuo posto, forse si sarebbe fermato, cercando di rallentare e di acquietare i diavoli che avevi dentro. Non tu!  Di nuovo in Sicilia, a Siracusa, e poi nel 1990 a Pescara in veste di direttore sportivo. Dal 1991 al 1993 torni sul colle come capo allenatore in B femminile col Cus Chieti (1991-93) e poi di nuovo con i maschi, a Chieti Scalo (1993-96). Un anno con l’Amatori Pescara e dal 1998 e il 2005 sei capo allenatore del Vasto Basket in C2 prima dell’incarico nello staff tecnico del Cus Chieti femminile (2005-07) e nell’Antoniana Pescara (2008-09). L’epilogo finale a Ruvo di Puglia, poi l’oblio. Negli ultimi mesi, notizie frammentarie, quasi tutte relative all’aggravamento progressivo delle tue condizioni di salute. Ti restano vicino in pochi e intanto filtrano voci sempre più allarmanti, si teme un decorso rapidissimo della tua malattia. E anche questa volta, caro Mimmo, sei in anticipo su tutti. La tua vita fugge via in pochi mesi. 

Sei stato un Porthos senza pudori sociali, un uomo dalle passioni urgenti ed esclusive, un uomo  all’apparenza forte ma con tutta la fragilità dei poeti, che volano alti ma restano fanciulli. Prendevi a morsi la vita, senza mai risparmiarti, senza mai nasconderti. Sei stato un prodigo, hai di sicuro dato agli altri molto di più di quanto tu abbia ricevuto. Sei arrivato ad un passo dalla scena principale ma il tuo cuore non era nero come l’inchiostro e hai lasciato la ribalta ad altri, meno bravi ma ben più cinici di te. Sei stato, oltre che un ottimo allenatore, un grandissimo istruttore, con un intuito efficacissimo nello scoprire talenti, uno su tutti Claudio “Moses” Capone, il quale sempre è stato tra quei pochi che ti sono stati riconoscenti, nelle parole e nei fatti. Hai rappresentato meglio di altri quella generazione di ragazzi, nati a metà degli anni ’50, che a Chieti vivevano e godevano di un’età felicissima e spensierata, fatta di tante piccole cose, apparentemente insignificanti ma enormemente gratificanti. Un età di sogni vissuti insieme, ad occhi aperti. Tu, più coraggiosamente di noi tutti, a questi sogni hai sacrificato e dedicato una vita. Lo hai fatto con la levità e la leggerezza di chi, giustamente, ama e ritiene il gioco come l’attività più seria e responsabile dell’umano agire. Caro Mimmo, avendo ora, finalmente, anche noi messo al bando gli interessi, le convenienze e gli obblighi, ti celebriamo riconoscenti per aver custodito quei sogni e ce ne riappropriamo, tornando a riviverli come quel giorno alla Civitella. E insieme a te corriamo, sentendoci fratelli. 

Addio Beckenbauer, Chieti ti ringrazia! 

 

FURIE COMMUNICATION AND PRESS OFFICE MANAGER

MASSIMO RENELLA